«Il modo migliore di predire il futuro, è inventarlo». Il famosissimo mantra del pioniere del tech Alan Kay sembrerebbe calzare perfettamente con il personaggio Trump… al di là di quello che uno pensa, del personaggio Trump. In fondo, in teoria, quello che sta facendo il personaggio Trump è questo, “inventarsi il futuro”. Un futuro in cui la politica sembra sempre più uno show di wrestling, un futuro in cui l’assetto mondiale è definito unicamente dalla sua azione (non, si badi, dall’azione degli USA, ma proprio dalla sua) un futuro – nella sua testa – stabilissimo e – sempre nella sua testa – pacifico (a noi sembra estremamente instabile e terribilmente inquietante, però…), un futuro – grazie all’amico e personaggio Musk – tecnocratico. Non è un caso, d’altronde, che per rappresentare quel futuro il duo di suddetti personaggi abbia sfruttato una AI… come tutti sappiamo, ne è uscito un futuro curioso, in cui Gaza è una specie di Miami; una Gaza, pensa di sicuro il personaggio Trump, dal futuro felice – non saprei cosa di questo pensi il personaggio Musk, non so se il personaggio Trump glielo abbia chiesto –. Quell’immagine, in fondo, nella sua aurea pacchianità, è lo specchio di quella che per il personaggio Trump è la felicità… interessante, lo specchio. Foucault inserisce lo specchio tra le eterotopie, quegli spazi – come lo specchio appunto, ma pure cimiteri, feste, musei, biblioteche – che hanno specifici rapporti con la realtà che riflettono. Spazi altri, spazi in grado di indicare molto – e questo è interessante – del rapporto con il potere, e, pure, di dire molto dello spazio fuori. Che cosa ci dice, al di là dell’ovvio, lo specchio trumpiano? Intanto, è il personaggio Trump a riflettersi in esso, infatti lui c’è sempre… nella famosa immagine del resort Gaza, letteralmente: lui, o al massimo il sodale amico personaggio Musk – ma più lui, comunque, non sia mai… – sono ovunque. Ed è ovvio: quando ti rifletti in uno specchio, l’immagine che ritorna è sempre la tua. Se continui, come Narciso, a specchiarti… continuerai a vedere solo e soltanto te. Quindi, qui, abbiamo: Trump vacanziero, Trump statua, Trump palloncino… Trump Trump Trump. Trump che domina con lo sguardo ogni angolo il gigantesco panottico che è il resort-Gaza. Che poi è una nemmeno sottile metafora del gigantesco panottico che è il resort-mondo, secondo Trump – forse lascerebbe una fettina di mondo al personaggio Putin per farlo giocare, ma non ne siamo sicuri –. In questo senso, lo specchio di Trump indica, nel suo mettere in mostra il rapporto con il potere del trumpist way of life, anche il suo rapporto con la realtà fuori: un mondo in cui l’idea-di-mondo-ideale è tremendamente occidentale, anzi, tremendamente americana, anzi, tremendamente trumpiana. L’utopia trumpiana è, di fatto, costituita da una Trump Tower su scala colossale, solo spostata a Miami. Per tanti, una distopia.
Per tornare alla questione iniziale, si tratta davvero di un futuro? Le eterotopie di Foucault instaurano una particolare relazione con il tempo: sono sospese. In pratica, il tempo delle eterotopie è assoluto, un tempo continuamente e incessantemente presente. Il futuro del personaggio Trump, insomma… è il presente. Trump non inventa proprio nulla, non crea il futuro, si limita a congelare il presente – quello trumpista – e a riprodurlo in serie per venderlo a tutto il mondo. Alan Kay, sostiene che la tecnologia sia uno straordinario strumento di evoluzione culturale: per questo la usava in didattica. Questo intende con “inventare il futuro”. Usare la tecnologia per le future generazioni, come strumento creativo. E la creatività, per Csìkszentmihàlyi, è un motore evolutivo. Kay invitava i bambini e i ragazzi ad appropriarsi della tecnologia per inventare. E quest’azione conteneva già il futuro. Era un’azione profondamente, altamente umanistica, quella di Kay. Trump non fa nulla di tutto questo. L’idea di Trump di futuro non è creativa, non è evolutiva e non appartiene alle generazioni future. Trump non inventa niente, figuriamoci se inventa il futuro. Il futuro, lo schiaccia sotto la gigantesca statua dorata del presente. Questo è il contrario dell’umanesimo. È la morte dell’invenzione. Ed è, non lo si ripeterà mai abbastanza, anche estremamente pericoloso.
Anna Giunchi
(Executive Editor di «IO01 Umanesimo Tecnologico»)