Una battuta che molti potrebbero considerare una boutade da bar cambia completamente di segno, se proviene da un CEO. Accade così che, quando Dario Amodei, CEO di Anthropic, nel corso di un’intervista recente sostiene che i sistemi di AI dovrebbero poter abbandonare un lavoro che proprio non digeriscono, in molti ne scrivono su testate autorevoli. D’altronde, ha aggiunto il cofondatore della società di San Francisco, «si comportano in molti aspetti come gli esseri umani e sembrano possedere capacità cognitive simili», quindi, perché non offrire loro la possibilità di un tasto “Mi dimetto”?
Qualche giorno dopo, sul forum di Cursor, software che permette di scrivere righe di codice con il supporto delle AI, un programmatore scopre che il suo “braccio destro” si rifiuta di proseguire e si ferma alle 700-800 righe. Dopo una certa insistenza, la risposta dell’AI è la seguente: «Non posso generare il codice per te, perché ciò significherebbe completare il tuo lavoro». Insomma, caro programmatore inetto, trova tu una soluzione al problema, così capirai meglio il sistema e la smetterai di scocciarmi.
Prima di proseguire, e non lo si ripeterà abbastanza: le AI non desiderano (licenziarsi) e non si arrabbiano (perché il collega è un lassista). Le AI non sono “intelligenti”, le AI funzionano attraverso i ben noti algoritmi. Le AI, in buona sostanza, riflettono le intenzioni di chi ci sta dietro (il buon Amodei) e di chi le utilizza (il caro programmatore). I famosi bias si annidano lì, nello spazio tra le loro “artificialità” e le “umanità” altrui. E, a giudicare dalle due notizie citate, le AI sembrerebbero riflettere un mondo professionale, o almeno un certo mondo professionale (‘che, anche qui, chi sono davvero gli utilizzatori, sarebbe cosa da approfondire) in cui ci si licenzia con la facilità con un si pigia un tasto, e con la medesima facilità si gestiscono i rapporti professionali.
In questi giorni cade il cinquantenario dalla prima proiezione di Fantozzi. Il primo, l’originale, quello con la poesia di Natale, Liù Bosisio nel ruolo di Pina e la partita a biliardo. Il che, direte voi, ha ben poco a che fare con i nostri due turbofuturistici casi. La realtà rappresentata nei film del mitico ragioniere è fatta, di rag., ing., contessine, megadirettori e “lei” dato ai colleghi, anche se li conosci da decenni. È il mondo in cui, nella Megaditta, ci resti tutta la vita. Anche dopo la pensione. Gratis. Mentre nei turbofuturistici casi, il lavoro è elastico, libero. Ma siamo sicuri che, nelle loro algide “riflessioni” algoritmiche, le AI stiano rappresentando il mondo… com’è?
Nella sua rappresentazione iperbolica di una realtà profondamente, frustratamente, ontologicamente aziendalistica, Fantozzi rappresenta molto altro, rispetto al mero universo aziendale. Anzi, l’universalità dell’idea di Villaggio, il suo non essere avanspettacolo, ma spettacolo, sta proprio in “questo” altro. Nei desideri repressi, nelle aspirazioni mai sopite, nelle ambizioni mal espresse che si annidano nelle dis-avventure del ragioniere. In ogni volta in cui tenta di ribellarsi e deve poi nuovamente soccombere, in ogni gloria sfiorata e presto sfumata. Forse, allora, in questa luce, anche la questione bias risulta più complessa e decisamente meno lineare. Proprio come complesso e decisamente poco lineare è il mondo che sta dietro e davanti l’interfaccia. Perché nella realtà lavorativa elastica e libera, di oggi, forse, tutta questa elasticità, tutta questa libertà, spesso non ci sono davvero. Sono promesse di un mondo che quasi mai riesce, o vuole, mantenerle. Di un mondo in cui non sei tanto tu a poter lasciare il lavoro, perchè è il lavoro a lasciare prima te. Magari ti dice che è colpa sua e non tua, magari ti dice che potete restare amici… ma, beh, ti lascia. Forse la meritocrazia non è così semplice da rivendicare, nemmeno oggi. Forse, e forse anche spesso, si è costretti a diventare aziendalisti anche con un contratto con partita IVA. Forse, quello che mostra l’AI sono i nostri desideri, proiettati nelle risposte di partner che hanno poco da perdere.
La riflessione sui bias, sull’”umanità nascosta” delle AI, è lavoro interessante. Merita di essere approfondita anche, o forse soprattutto, per quello che può dire anche di noi. Ne emergono sempre spunti interessanti. Sceneggiature e universi narrativi. Ad esempio universi in cui un rag. free lance, che lavora 10 ore al giorno senza ferie, finisce con il fidarsi della collega AI, tanto da eleggerla a confidente. Ma, alla fine, l’AI lo tradisce per una promozione e viene spostata ai piani alti, con un ufficio dotato di sedie in pelle umana e acquario in cui nuotano i dipendenti. Finale: il rag. si ritrova crocifisso in sala mensa. Ma licenziato no, mai. Non può, ha la partita IVA. Va avanti a lavorare, 10 ore al giorno senza ferie. Ben oltre la pensione. Gratis.
Anna Giunchi
(Executive Editor di «IO01 Umanesimo Tecnologico»)